In tutto il romanzo Ippolita assume agli occhi di Giorgio Aurispa diversi ruoli: a volte viene idealizzata e trasformata in una creatura spirituale, resa ancor più bella, eterea e desiderabile grazie alle malattie che la affliggono: l'てんかん e una 不妊症 da un morbo contratto nel matrimonio che, secondo il protagonista, ne acuisce la femminilità; è una creatura capace di strapparlo dall'idea del suicidio grazie alla sua passionale vitalità e a uno stupore quasi infantile per la semplice quotidianità della vita e la bellezza della natura, che la rendono ancor più innocente e pura (e allo stesso tempo invidiabile, poiché questa visione della vita è preclusa al protagonista). Altre volte invece la vede spogliata della sua aura celeste rivelando, così, una natura fin troppo umana, fallibile, volgare e plebea, in netto contrasto con la sensibilità d'artista e di esteta di Aurispa; infine una femme fatale o una belle dame sans merci, una "Nemica" dai bassi istinti lussuriosi che tengono il protagonista soggiogato e legato a sé, e finiscono con il degradare e svilire il rapporto tra i due amanti (che diventa pura attrazione fisica e nient'altro), acuendo in lui un senso di sconfitta che lo spinge irrimediabilmente sempre più al suicidio e, giunti a questo punto, anche all'omicidio dell'amante. Eppure la figura di Ippolita altro non è che un pretesto, il mezzo attraverso cui il protagonista prende piena coscienza del suo male di vivere, da cui volersi disperatamente liberare per poter approdare a quella vita superiore idealizzata dalla filosofia superomistica[1].
ある種の霊的な存在、また無垢で純粋な肉欲への堕落である彼女は主人公を殺して終った。
しかしそれでも、彼女は読者が乗り越えるべき人生のベクトル、ファム・ファタールである。